'Ndrangheta, appalti e lavori pubblici: tre arresti a Modena
Dalle indagini sul Comune di Serramazzoni un nuovo blitz della Finanza: in carcere esponenti calabresi che facevano affari sull'Appennino. Racket, incendi dolosi e pizzo a commercianti e imprenditori. Guarda il video

SERRAMAZZONI (Modena) - Tre persone calabresi considerate vicine alla 'Ndrangheta sono state arrestate questa mattina dalla Guardia di Finanza di Modena nell'ambito dell'operazione Teseo, nata dall'indagine su appalti e lavori pubblici sull'attività del Comune di Serramazzoni ora commissariato. Oltre 2,7 milioni di euro di commesse. In carcere sono finiti Rocco Antonio Baglio, ex soggiornante obbligato di Polistena, Salvatore Guarda e Marcello Limongelli. Per gli inquirenti facevano affari prevalentemente sull'Appennino modenese. Complessivamente sono 12 le persone denunciate a vario titolo per associazione a delinquere, concussione, turbativa d'asta, incendio, danneggiamento ed estorsione. Le indagini sono ancora in corso.
Guarda il video della Guardia di Finanza sull'operazione Teseo
Stando a quanto trapela dalle indagini, al vertice dell'organizzazione c'era l'ex soggiornante obbligato. Un personaggio - si legge in una nota della Finanza - dal profilo criminale molto alto, con precedenti anche per estorsione e detenzione di armi da guerra. In provincia di Modena si era reinventato "imprenditore" nel settore immobiliare, capace anche di vincere appalti per lavori pubblici e forniture al Comune di Serramazzoni. Servizi gestiti sia direttamente dal Comune sia attraverso una società partecipata: contesto nel quale la Finanza ha registrato ripetuti e numerosi casi di turbativa d’asta nell’affidamento degli appalti.
Affari per oltre 2,7 milioni di euro
Sempre secondo le Fiamme Gialle, l'organizzazione era riuscita a sviluppare "intense relazioni e cointeressenze" con alcuni soggetti dal peso rilevante in Municipio. L'obiettivo era uno solo: ottenere agevolazioni e la garanzia di un trattamento privilegiato nella gestione delle procedure di evidenza pubblica. Nel giro di qualche anno l'organizzazione è così riuscita ad ottenere l’affidamento di appalti per un importo complessivo di oltre 2,7 milioni di euro.
Scavando, la Finanza ha scoperto che in un caso una società ha vinto la procedura d'appalto anche se priva delle attestazioni e dei prescritti requisiti tecnico-organizzativi ed economico-finanziari richiesti dalla legge. Il tutto reso possibile da attestazioni false. Come paravento l'organizzazione ha usato una società calabrese formalmente in regola con i requisiti richiesti: società che, una volta ottenuti gli appalti, ha provveduto successivamente ad affidare l’esecuzione delle relative opere in sub-appalto a imprese riconducibili alla stessa cosca.
Soldi e vantaggi per tutti, pallottolle e incendi ai nemici
Quando gli affari andavano a buon fine, vantaggi ed utili erano distribuiti a tutti i personaggi coinvolti. Non solo denaro però, i tre calabresi garantivano ai soggetti collusi anche il loro "appoggio" nel risolvere controversie di qualsiasi natura, compreso il recupero di crediti. Il tutto con metodi tipici della 'Ndrangheta e particolarmente efficaci e convincenti. In un caso, sulle scale di ingresso di uno studio immobiliare, non hanno esitato a far ritrovare al titolare la testa di un capretto con la lingua fuori. In altri casi sono state recapitate buste con pallottole e bossoli di pistola, mentre in un solo episodio sono stati recapitati ad un soggetto 8 bossoli inesplosi, con un biglietto dal testo inequivocabile “… la prossima tocca a te”. Per persuadere i concorrenti a farsi da parte e per punire sgarbi, il clan ha spetto incendiato immobili e cantieri. In un caso, sempre la stessa vittima ha visto bruciare prima il portone d'ingresso, poi la casa in un crescendo di danni per oltre 150.000 euro.
In manette mandante ed esecutori materiali
La Finanza è convinta di aver arrestato sia il mandante, sia gli esecutori materiali di attentati e corruzione. La cosca aveva come obiettivo scoraggiare la partecipazione di eventuali altre imprese alle procedure di assegnazione degli appalti o subappalti e di indurre i funzionari pubblici a seguire le indicazioni dell’organizzazione. Il clan pretendeva anche somme di denaro dagli imprenditori, ritenuti “responsabili” per non essersi sufficientemente “adeguati” al sistema nelle trattative commerciali intercorse con la società riconducibile all’organizzazione criminale. Pretendevano poi il pizzo dagli imprenditori della zona in cambio di "protezione". In particolare, al gestore di un locale notturno era stato chiesto un obolo pari al 12% degli incassi sotto la minaccia di provocare delle risse, che avrebbero determinato la chiusura del locale stesso da per motivi di ordine pubblico, o addirittura l’incendio dei locali.
Linguaggio in codice
I tre usavano un linguaggio in codice. Il pizzo da versare, ad esempre, era il pagamento della capra. Per essere più convincenti, giravano armati di pistole pur non avendo le licenze necessarie.
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