Terremoto e crisi economica, sport a rischio estinzione

Bisogna salvare l'attività giovanile. Roma non ci sente, l'Emilia farà da sola

MODENA - Il futuro, ma sarebbe meglio dire il presente, dello sport è a rischio. A Modena più che altrove. Non mi riferisco solo all'addio di Stefano Bonacini al Carpi, di Cpl al Modena (staffetta con mister Gaudì?) e di Giuliano Grani alla Pallavolo Modena (con le cugine della Universal che non se la passano molto meglio dopo aver perso lo sponsor Liu Jo). Solo il Sassuolo, grazie a Squinzi, sembra poter dormire sonni tranquilli. A rischio c'è lo sport di base, quello praticato dai giovani sui campetti della provincia, quello vero che aiuta a crescere e a conoscere nuovi amici, a scoprire cose significa fare parte di una squadra e rispettare le regole.
Il terremoto ha ucciso tutto, tranne la voglia di fare. Il cuore dei dirigenti di provincia è grande così, ma basterà senza le risorse garantite sul territorio dai tanti piccoli sponsor delle società sportive della provincia? Delle prime squadre che lottano nei campionati nazionali, regionali e provinciali forse si può anche fare a meno, ma le istituzioni non possono dimenticare l'impegno sociale delle società, che spesso supportano le carenze del sistema scolastico tenendo tanti giovani lontani da ambienti non sani.

Nei 18 comuni della Bassa colpiti dal terremoto (tanti sono quelli inseriti nel decreto del Governo) operano 27 mila aziende. Molte di piccole dimensioni, la maggior parte sono imprese individuali. Prima di pensare a sostenere lo sport locale, dovranno sforzarsi di ripartire e di garantire un lavoro a chi dovrà ricostruire la propria casa e le proprie certezze. "Allora ci penserà lo Stato", dirà qualcuno. Ma con quale faccia spendere per il "gioco" quando in ballo ci sono vite e posti di lavoro? Senza dimenticare che anche prima del terremoto la situazione, complice la crisi economica, era a dir poco drammatica. In più da tempo il Coni ha abituato le federazioni a continui tagli di risorse.

Il rischio desertificazione è concreto. I campi e le palestre della Bassa - gli stessi impianti ora occupati dalle tendopoli e dagli sfollati - rischiano di non vedere più bambini correre dietro a un pallone. Alle società mancheranno i fondi per tutto, anche per pagare l'affitto degli impianti e iscrivere le squadre ai campionati.
Da questo punto di vista a Roma tutti sembrano dormire. O forse sono in viaggio premio (a nostre spese) agli Europei di calcio o stanno preparando la valigia per la trasferta olimpica a Londra (sempre pagata da noi).
Basterebbe chiedere alle società sportive del resto d'Italia un piccolo obolo in più, anche simbolico, per generare flussi di denaro e di aiuti importanti. Oppure consentire alle società delle zone colpite di iscriversi ai campionati senza dover affrontare tutte le spese che la burocrazia impone. Ma sono idee che vengono dal basso e Roma, si sa, ha orecchie poco sensibili lontano dal foro italico. 

Forse tutto questo servirà per fare un tuffo nel passato. Per riscoprire che si può fare con meno, con niente. Che non è obbligatorio comprare una muta di maglie nuove ogni anno, che si può fare i turni per lavare le divise e portare pazienza se i palloni non sono così nuovi. Lo sport dilettantistico (in particolare il calcio) dovrà fare un necessario bagno di umiltà, dicendo addio a rimborsi spese che assomigliano a stipendi e a trattamenti pseudo professionistici.
Ripartire dal basso si può, si deve.
Davide Bianchini

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